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domenica 21 maggio 2017

Credere attivamente, osservando la Legge di Dio, farsi vivificare dallo Spirito Santo… del Sac. Dolindo Ruotolo



Non bisogna supporre che per far vivere in noi Gesù Cristo basti uno sterile atto di fede o una più sterile invocazione fatta a fior di labbra. Per molte anime, infatti, la vera e profonda pietà potrebbe prendere l'aspetto di una poesia più o meno fantastica o rivestire il carattere di un idealismo più o meno vaporoso, La pietà vera è via, verità e vita; è via che ci conduce a Dio e all’eternità, è fondata saldamente sulla Verità divina ed è vita di Gesù Cristo.
La nostra vita dev'essere nascosta con Gesù Cristo in Dio, e dobbiamo vivere noi, ma non noi, bensì Gesù Cristo in noi, come dice in una sintesi mirabile san Paolo. Per far vivere in noi Gesù Cristo è necessario amarlo praticamente, osservando i suoi Comandamenti, e per far questo è necessaria la grazia. La grazia viene a noi dallo Spirito Santo, e perciò Gesù Cristo, dopo aver parlato del Padre e di Lui stesso, Figlio del Padre, accenna allo Spirito Santo, che realizza la nostra unione con Lui e ci rende glorificazione di Dio. Essendo poi Egli il nostro Mediatore presso Dio come Verbo Incarnato e potendoci Egli solo ottenere la grazia per amarlo e per osservare i suoi Comandamenti, soggiunge: Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Paraclito, affinché rimanga sempre in voi lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede né lo conosce, voi, però, lo conoscerete perché abiterà con voi e sarà in voi.
Paraclito significa difensore, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitatore, colui che dà l’impulso; ora, Gesù Cristo era per gli Apostoli e per le anime tutte il difensore perché le liberava dalle insidie di satana; l'avvocato, come dice san Paolo, perché loro Mediatore presso Dio; il consolatore, perché effondeva in loro il balsamo della sua carità; l'intercessore, perché sempre vivente in preghiera per loro; l' esortatore, come Maestro divino; l'incitatore e colui che dà l'impulso, come nostro aiuto, nostro esempio e nostra vita. Egli, quindi, primo Paraclito, dovendo andare via dal mondo e dovendo lasciare gli Apostoli, promette loro un altro Paraclito, un'altra Persona dalla Santissima Trinità, cioè lo Spirito Santo, che doveva essere per loro, intimamente e nella Chiesa che Egli fondava, difesa, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitamento al bene e impulso di vita nuova nelle debolezze della natura.
Gesù Cristo promette questo altro Paraclito perché rimanga nelle anime che lo riceveranno e nella Chiesa che Egli vivificherà, e perché sia conservato integro il patrimonio della Fede e la Chiesa viva nel perenne splendore dell'infallibile Verità.
Lo Spirito di verità che il mondo rifiuta

È questo quello che distinguerà la Chiesa dal mondo e i cristiani dai mondani: lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere. Il mondo è spirito di menzogna e di malvagità; odia la verità e non la vuole conoscere; appare per quel che è, ripieno dello spirito satanico aggressivo, violento, crudele, calunniatore, scandalizzatore, ossia diametralmente opposto allo Spirito Santo, e quindi è chiaro che non potrà né vederlo né conoscerlo.
I cosiddetti “grandi” della terra hanno tutti, più o meno, i caratteri opposti allo Spirito Santo, e in realtà sono obbrobrio e miseria, nonostante le loro apparenze gloriose; i fedeli, invece, i veri fedeli, dovranno essere contrassegnati dallo Spirito di Dio ed esserne ripieni.
Perché Gesù promise un altro Consolatore?
Di primo acchito sembra quasi che Gesù Cristo prometta agli Apostoli un altro Paraclito per sostituire la sua presenza in mezzo a loro durante la sua assenza; Egli, infatti, soggiunge: Non vi lascerò orfani, tornerò a voi. Ancora un po' di tempo e il mondo non mi vedrà più, ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. Intanto, è certo che Gesù, anche senza la sua presenza visibile, rimase e rimane nella Chiesa; anzi, Egli è in essa vivo e vero nell'Eucaristia, ed Egli stesso dice: “Io vivo e voi vivrete, vivo nell'Eucaristia, e voi vivrete di me in questo Sacramento d'amore”. Ora, se Gesù rimase e rimane nella Chiesa, perché promise un altro Paraclito? E perché disse che non avrebbe lasciato orfani i suoi Apostoli, ma sarebbe ritornato a loro?
Letteralmente Gesù alluse al suo ritorno visibile dopo la sua Risurrezione e alla fine del mondo; consolò gli Apostoli della sua morte dicendo che sarebbe ritornato, e consolò la Chiesa militante, che nelle sue lotte l'avrebbe visto quasi assente, dicendo che sarebbe ritornato vivente nella sua gloria, per darle il possesso solenne della Vita eterna: Mi vedrete perché io vivo e voi vivrete. Nella gloria della sua Risurrezione, gli Apostoli l'avrebbero riconosciuto meglio come Dio e avrebbero capito che Egli è nel Padre, come avrebbero capito che Egli è il Redentore, e che gli uomini in Lui trovano la vita, ed Egli dimora in loro per donarla. Nell’ultimo giorno sarebbe apparso evidente il fulgore della sua Divinità a tutte le genti, e la Chiesa, suo Corpo mistico, completa nella sua santità e nei suoi eletti, sarebbe apparsa congiunta a Lui come membro al corpo, ed Egli congiunto ad essa come Capo al Corpo. Gesù Cristo doveva eclissarsi dagli Apostoli con la sua morte e sepoltura, e doveva eclissarsi anche dopo la Risurrezione con la sua Ascensione al Cielo. Gli Apostoli non l'avrebbero più avuto come Maestro visibile e non avrebbero più goduto della sua presenza sensibile, e perciò Egli promette loro lo Spirito Santo come Maestro interiore di verità e come Consolatore intimo nel cammino terreno. Egli parla loro e parla a tutta la Chiesa, promette loro il suo ritorno dopo la Risurrezione e promette alla Chiesa il suo ritorno, non solo nel Giudizio finale ma in una nuova effusione di misericordie e di grazie, in un trionfo grandioso che ne farà sentire la presenza, ne farà apprezzare la grandezza e farà vivere talmente di Lui Sacramentato da sentire che Egli è in noi e noi in Lui. In questa grande effusione di grazie e in questo trionfo Egli, sfigurato dagli errori del mondo persino nell'animo di tanti fedeli, sarà riconosciuto veramente come Dio: In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio; e sarà riconosciuto per la maggiore diffusione della vita eucaristica: Conoscerete che voi siete in me e io in voi. Il trionfo sarà preparato dallo spirito di verità, in opposizione allo spirito del mondo, perché ci sarà grande luce di verità nella Chiesa, una maggiore comprensione della fede grazie ai dottori che la illumineranno di nuovi fulgori, per la grazia dello Spirito Santo.
Una bella predizione?
Quello che diciamo risponde alle attese della Chiesa fin dai suoi primordi.
La Chiesa, tra le sue pene e le sue prove, ha aspettato sempre attende tuttora un trionfo smagliante del suo Redentore anche nel mondo; essa attende quasi una nuova Pentecoste, una nuova effusione di grazia e di amore, una clamorosa vittoria sul mondo, una grandiosa dilatazione del regno di Dio che sia glorificazione pratica dei tesori della redenzione nelle anime e soprattutto dell’Eucaristia. Questa vittoria non sarà un'affermazione di politico, non deriverà da onori e da beni temporali, ma sarà un’affermazione di vita interiore in unione con Gesù : una potente affermazione della forza che può dare lo Spirito Santo nelle glorie della santità e del martirio, un fervore nuovo nell’osservanza dei precetti e dei consigli evangelici, uno splendore - smagliante purezza, di umiltà, di carità, di vita interiore e soprannaturale, un rifiorire mirabile della vita religiosa, un ripopolarsi dei chiostri deserti, diventati ora covi di profanatori ladri, di soldati, di uffici pubblici, di ritrovi e persino di case di peccato.
Sarà anche una rifioritura ammirabile della vita mistica in elevazioni superiori a quelle avute in ogni tempo, e Gesù Cristo si manifesterà alle anime così elevate in uno splendore di luce tanto grande da renderle monumento vivo d'amore e tempio della Santissima Trinità.
E’ questo il trionfo che la Chiesa attende e che avrà dalla bontà di Dio in mezzo a lotte anche più aspre di quelle sostenute nel passato. Gesù lo espresse in poche parole, dicendo: Chi ha i miei comandamenti e li osserva, mi ama. L'amore, dunque, dovrà essere pratico e operativo per essere palpito vivo di santità. “E chi mi ama sarà amato dal Padre mio, cioè sarà oggetto di particolari grazie dello Spirito Santo, che è Amore infinito. Ed io lo amerò – soggiunse Gesù - e gli manifesterò me stesso; lo amerò comunicandomi a lui nella mia vita di amore eucaristico e gli manifesterò me stesso nelle elevazioni dell'amore mistico”.
Sugli errori circa la salvezza e la santificazione
Gli Apostoli credevano che Gesù dovesse invece manifestarsi gloriosamente e politicamente al mondo in un'affermazione di dominio temporale, ed erano certi che tutta l'opposizione che gli faceva il sinedrio si sarebbe conclusa in uno smacco vergognoso.  Ora, sentendo parlare di una sua manifestazione all'anima nel misterioso silenzio dell'amore, se ne stupirono, e perciò chiamato Taddeo o Sebbeo, gli domandò a nome di tutti: Signore, come avviene che manifesterai te stesso a noi e non al mondo? Questo Apostolo capì che Gesù parlava di una manifestazione interiore alle anime e, non supponendo che potesse parlare di altri fuorché di loro, chiese che cosa fosse avvenuto di nuovo per cui Egli riduceva il suo trionfo ad una semplice illuminazione fatta nell'intimità del loro piccolo gruppo.
Per questo, Gesù ritornò sul grande concetto di un trionfo interiore di Dio nelle anime, e Soggiunse: Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e faremo dimora presso di lui. Ecco, in sintesi luminosa, l'essenza del trionfo di Dio: abitare da Re trionfante, con la magnificenza della sua gloria, Uno e Trino nell'anima che amandolo compie la sua Volontà e gli si dona. Dicendo questo, Gesù guardò quegli eretici illusi che avrebbero preteso di stabilire con Lui e con Dio un'intimità di grazia senza compiere il bene e che avrebbero preteso di glorificarlo con una sterile fede e con una tracotante fiducia; perciò, per eliminare ogni equivoco, soggiunse: Chi non mi ama così, non osserva la mia parola, e quindi chi non osserva la mia parola non mi ama. Ora, la parola mia, che vi impone di amare osservando i miei Comandamenti, non è mia, ma del Padre che mi ha mandato; non è un modo di vedere qualunque o un'opinione, cioè, ma risponde al medesimo disegno di Dio nella salvezza delle anime. È un comando di Dio, una Legge che non può né avere eccezione né essere deformata da pensiero umano.
Rispondendo all'apostolo Giuda Taddeo, Gesù proclamò un grande principio che da solo basta a dissipare le oscure nebbie degli errori protestanti sulla salvezza e sulla santificazione e da solo c'impegna ad essere veramente anime amanti di Dio.
Il trionfo di Dio in noi non consiste in uno sterile trionfo di misericordia che ci trascina, inerti e lerci come siamo, nel suo Regno, ma è un trionfo d'amore che risponde al nostro amore e ci rende capaci di operare soprannaturalmente o - come dicono i teologi – ci abilita a fare atti deiformi. Si noti l'abisso che corre tra la verità e l'errore: questo afferma l'inutilità di operare il bene, anzi, l'utilità di operare il male, presumendo così di glorificare la grazia che salva; la verità, invece, proclama che Dio, andando incontro all'anima che lo ama e osserva fedelmente i Suoi Comandamenti, abita in lei nella gloria della sua Trinità e produce in lei un organismo soprannaturale che, soprannaturalizzando l'anima, l'abilita a fare atti deiformi.
La vita cristiana, infatti, è una partecipazione alla vita stessa di Dio, ed è evidente che Egli solo la può conferire; ora, Egli ce la conferisce venendo ad abitare nelle anime nostre e dandosi interamente a noi affinché possiamo rendergli i nostri ossequi e lasciarci docilmente guidare da Lui a praticare le disposizioni e le virtù di Gesù Cristo. Questa mirabile inabitazione della Santissima Trinità in noi si attua quando noi amiamo Gesù, e noi lo amiamo principalmente quando gli chiediamo perdono dei nostri peccati attraverso il sacramento della Penitenza e quando ci comunichiamo eucaristicamente con Lui Sacramentato. Andiamo da Lui per amore, e perché lo amiamo il Padre ci ama; siamo da Lui attivati soprannaturalmente e diventiamo tempio vivo della Santissima Trinità che, vivendo in noi, rende deiformi le nostre azioni con la grazia. Dio ci adotta come figli non per una semplice finzione giuridica, com'è l'adozione legale, ma elargendo a coloro che credono nel suo Verbo la divina filiazione: Dedit eis potestatem filios Dei fieri, his qui credunt in nomine eius, diede il potere di diventare figli di Dio a quelli che credono nel suo nome (Gv 1,12). Questa filiazione non è nominale, ma effettiva: Ut filii Dei nominemur et simus, affinché siamo chiamati figli di Dio (1 Gv 3,1), noi entriamo in possesso della divina natura: divinae consortes naturae. Questa vita divina è certamente in noi soltanto una partecipazione e una somiglianza, che fa di noi non degli dèi ma degli esseri deiformi, ma è anche una realtà, una vita nuova, non uguale ma simile a quella di Dio.
Dio ha per noi la premura e la tenerezza di un padre, e si dà a noi abitando nei nostri cuori. Dio ci si dà come amico, ci comunica i suoi segreti, e ci parla non solo per la Chiesa ma anche interiormente, per mezzo del suo Spirito; tutto sta, da parte nostra, nell'acconsentire ad aprire la porte all'Ospite divino.
È ciò che ci attesta l'Imitazione di Cristo quando parla delle frequenti visite dello Spirito Santo alle anime interiori, delle sue dolci conversazioni con loro, delle consolazioni e delle carezze di cui le colma, della pace che fa regnare in loro e della stupenda familiarità con cui le tratta. Dio rimane in noi come il più potente collaboratore: opera in noi e supplisce alla nostra impotenza per mezzo della grazia attuale; c'illumina sul nostro ultimo fine e sui mezzi per conseguirlo; ci suggerisce buoni pensieri, di opere buone; ci dona la forza e ci rende capaci di volere e a eseguire le nostre risoluzioni; ci fortifica per renderci vittoriosi nelle tentazioni; ci sorregge nelle stanchezze della natura e ci aiuta a perseverare nel bene. Noi non siamo mai soli, anche quando privi di consolazioni, ci crederemmo abbandonati; la grazia di Dio sarà sempre con noi, a patto che noi consentiamo a lavorare con lei. Appoggiati a Dio, onnipotente collaboratore in noi, saremo invincibili, perché tutto possiamo in Colui che ci dà forza.
L'anima deve pregare con le voci liturgiche della Chiesa
Dio, venendo in noi e santificandoci, ci trasforma in un tempio santo, adornato di tutte le virtù. Egli, Uno e Trino, Sorgente infinita di Vita divina, vuol farci partecipare alla sua Santità; l'anima diventa un sacro recinto riservato a Dio e si santifica, se solo con umiltà e filiale abbandono si lascia portare dalla sua grazia, donandosi a Lui veramente. Essa deve donarsi a Dio in una piena soave schiavitù d'amore che, in realtà, è somma libertà, perché infrange d'un colpo tutti i ceppi della natura. Deve vivere in Dio adorandolo, umiliandosi e operando per suo amore nel pieno compimento della sua Volontà; deve pregare per conversare con Lui e pregare con le voci liturgiche della Chiesa, che sono come la lingua viva e particolarmente efficace di questa santa Città dove abita Dio. Deve proclamare il proprio nulla non per avvilirsi nelle opprimenti pene dell'agitato scoraggiamento, ma per abbandonarsi all'infinita misericordia di Dio, confidando. L'amore dell' anima verso Dio, che abita in lei, dev'essere penitente nel rammarico di averlo offeso; riconoscente nella gratitudine dei benefici avuti; intimo nell'amicizia, che fa considerare più che propri gli interessi della sua gloria, e generoso fino al sacrificio, fino all'oblio di sé e alla rinuncia della propria volontà, per sottomettersi ai suoi precetti, ai suoi consigli e alle sue speciali disposizioni nella nostra vita. Chi pensa veramente a questo solo, ossia che è tempio vivo della Santissima Trinità e che ha Dio nel cuore, come può violare questo tempio e peccare? Come può profanare il proprio corpo e abbrutirsi?
Siamo tempio vivo della Santissima Trinità
Non sapete – dice san Paolo (1Cor 3,16-17) – che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se alcuno violerà il tempio di Dio, Dio lo sperderà, poiché santo è il tempio di Dio che siete voi. Bastano queste parole a raccogliere in Dio la nostra vita, a farci desiderare la perfezione, che è il decoro del nostro tempio vivo, e a tenerci stretti nella carità, poiché tutti siamo come cappelle del tempio di Dio, uniti, per così dire, dalle linee d'una stessa architettura, dalle linee luminose dei disegni del suo amore. Che cosa orribile è un'anima in disgrazia di Dio, che cosa ripugnante è un tempio vivo insozzato dall'impurità!
Nessuno concepisce un tempio senza pulizia, senza elementi decorativi, senza altare, deserto, desolato, privo di campane, di organo, di voci osannanti nella preghiera, di lampade, di ceri, di fiori. Tanto meno si può concepire un tempio diroccato, sporco, profanato, dove risuonano frastuoni assordanti, bestemmie, ire, risse e dove si fa scempio della Legge di Dio. Non sarebbe un tempio ma un covo.
Ora guardiamo l'anima nostra, tempio vivo della Santissima Trinità, e vediamo se possiamo macchiarla di peccato, tenerla muta nella preghiera, desolata nell'offerta quotidiana di quanto ha, senza fiori di virtù, senza cantici d'amore a Dio, senza luce di fede e senza splendori di speranze eterne, che sono come le grandi finestre aperte in alto sul limpido azzurro del cielo. Basta questa sola considerazione per renderci vigilanti e accorti e per impedire qualunque profanazione volontaria dell'anima nostra. Se viene satana a tentarci d'orgoglio, l'anima nostra pensi con amore alla preghiera del pubblicano e dica dal fondo del suo tempio vivo: Sii propizio a me povero peccatore. Se satana ci tenta di avarizia, pensiamo che dobbiamo essere generosi con Dio nel tempio consacrato alla sua gloria. Se ci tenta d'impurità, consideriamo che siamo consacrati dal Battesimo e dai Sacramenti e che ogni colpa è come un cumulo di lordure gettate nel luogo santo. Se ci scuote il sistema nervoso e ci spinge ad irrompere contro il prossimo, pensiamo al silenzio di pace e di carità che è richiesto dal luogo santo che è in noi. Se ci tenta di gola, consideriamo quale orrore sarebbe gozzovigliare nella casa di Dio, accanto all'altare. Se ci spinge all'invidia o cerca d'immobilizzarci nell'accidia, pensiamo che il tempio è luogo di carità e di preghiera, è luogo che unisce tutti dinanzi a Dio col vincolo dell'amore e che ci unisce al Signore col vincolo della religione.
Il pensiero che siamo tempio di Dio può farci santi veramente, eliminando da noi il peccato, facendoci elevare in alto sino a Dio e spingendoci nelle grandi vie della perfezione e dell'amore. Questo pensiero è il più atto ad offrirci a Dio in una perfetta schiavitù d'amore, poiché niente è più direttamente e completamente dedicato a Lui quanto un tempio.
Che cosa ammirabile potersi mettere la mano sul cuore e dire: “Sono tempio della Santissima Trinità, tutto dedicato alla sua gloria!. Sono di Dio, debbo esserlo sempre, non posso dissacrare neppure una volta sola il mio cuore dedicato a Lui! Egli è il mio dolce padrone, io sono il suo servo, io sono il suo schiavo d'amore, ma la mia servitù mi nobilita e la mia schiavitù mi rende figlio della piena libertà, e dà all'anima mia un volo grande d'amore”.
Tratto da “I quattro Vangeli” del Sac. Dolindo Ruotolo
Commento al Vangelo di San Giovanni - Capitolo 14
(Casa Mariana Editrice - Apostolato Stampa)