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mercoledì 26 aprile 2017

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo - 1Gv 1, 5-2, 2 - Il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato.




 1Gv 1, 5-2, 2
Figlioli miei, questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.
Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.
Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.

Parola di Dio

Riflessione personale 

Ecco una bella catechesi sul peccato!
Le dichiarazioni di San Giovanni non sono molto popolari oggi... e molti sono convinti che il peccato non sia una cosa così grave, specialmente il proprio! Si sentono in giro tante scemenze che ti fanno congelare, robe da farti venire una broncopolmonite in estate!... Io non pecco, o almeno non commetto peccati gravi: non rubo... non uccido... mi comporto bene... mi faccio i fatti miei... non rompo le scatole a nessuno, al limite sono gli altri che le rompono a me, e così via. Poveri noi, povero Gesù e poveri Confessori! Cosa devono sentire le loro orecchie!!!
Scusate... ma allora mi domando: "Gesù, per chi è morto? Per chi ha sofferto? Per chi ha versato il Suo preziosissimo sangue?". O forse Gesù si è sbagliato a pensare che noi eravamo dannati e che solo Lui poteva salvarci? No, Gesù non si è sbagliato... diceva bene Qoelet (7, 20) Non c'è infatti sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non pecchi”, o il libro dei Proverbi (20, 9) Chi può dire: Ho purificato il cuore, sono mondo dal mio peccato?.
Quando non osserviamo una legge sulla terra, sappiamo bene di dover rispondere a un giudice in tribunale; e quando non osserviamo i comandamenti del Signore sappiamo, altrettanto bene, di dover un giorno, volenti o nolenti, rispondere a Dio. Nel primo caso ci indaffariamo a cercare scappatoie per cavarcela alla belle meglio... e generalmente ci riusciamo; nel secondo caso invece preferiamo non pensarci, come se fossimo immortali, come se il tribunale del Cielo facesse meno paura, ma forse è il contrario!... Perchè Dio non si fa abbindolare da menzogne, da scuse, da discorsi fumosi... e non si fa corrompere come spesso accade su questa terra.
Proviamo allora a essere onesti con noi stessi, proviamo a essere umili e riconosciamo che davanti a Dio siamo dei veri disastri... se lo faremo veramente ci verrà offerto un rimedio, ci verrà suggerito di fare appello alla Sua Misericordia. Diceva molto bene Silvano del Monte Athos: “Il Signore ci ama più di quanto noi siamo capaci di amarci, ma l'anima infelice nella tristezza pensa che il Signore l'abbia dimenticata e che Lui non vuole neppure vederla e per questo si tortura e soffre nel dolore. Ma non è così fratelli. Il Signore ci ama fino alla fine e ci dona la grazia dello Spirito Santo, il quale ci consola. Il Signore non vuole affatto che l'anima si trovi nello scoraggiamento e nel dubbio riguardo alla sua salvezza”. Il demonio, attenzione, ci farà sempre sentire sporchi e indegni di avvicinarci al Signore, ma non diamogli retta perché lui è il maestro della menzogna!
Non peccate, ci esorta l'Apostolo San Giovanni, ma se succede, e succede, non dobbiamo disperare perché, come diceva sempre il mitico Silvano dal Monte Athos: “Io sempre ti offendevo e ti addoloravo, ma Tu Signore, per il mio misero pentimento mi concedesti di conoscere il Tuo grande Amore e la Tua bontà senza misura”.
Gesù ci ama tutti e vuole liberarci dalle tenebre più di quanto lo vogliamo noi, perché senza di Lui, senza il Suo amore, senza la Sua misericordia, senza la Sua pace, la stanchezza e l'angoscia avvolgono inevitabilmente l'anima nostra, in questa vita e in quella futura.
Attenzione, questa misericordia infinita di Dio non ci autorizza a fare tutto quello che ci passa per la testa, tanto poi Gesù ci perdona... andiamoci cauti, perché l'elastico, a forza di tirare, potrebbe rompersi!... Dobbiamo sempre essere, in ogni caso, sia timorosi sia fiduciosi della Sua bontà, della Sua compassione, della Sua Misericordia; lo dice la nostra Mamma: "Di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono" (Lc 1, 50).
Andiamo da Gesù senza troppi problemi, senza vergognarci, Lui ci aspetta sempre per riprendere il cammino con Lui. Crediamo insomma nel Suo perdono... Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi ti invoca” (Sal 86, 5).
Non stanchiamoci mai, anche se continuiamo a fare gli stessi errori. Il Signore ci conosce... non siamo così imprevedibili come pensiamo! Per pulire una brutta macchia dai pantaloni occorrono diversi solventi e non sempre si risolve al primo ciclo di lavaggio! Così è per i nostri peccati... per ucciderli occorrono tanti cicli di lavaggio... Allora non arrendiamoci, Gesù ha vinto la morte e, insieme a Lui, riusciremo a sconfiggere i briganti che si nascondono nel nostro cuore. Ricordiamoci anche che, essendo noi membra di un solo corpo che è la Chiesa, se siamo malati, in qualche modo danneggiamo o diamo problemi a tutto il corpo, proprio come diceva San Paolo: Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte”
(1 Cor 12, 26-27).
Chiediamo al buon Dio di aumentare la nostra fede e di rendere il nostro cuore simile al Suo, in modo da camminare insieme a Lui nella Luce, ora e sempre.
Chiediamo alla Vergine Santissima, e al Suo Sposo San Giuseppe, di aiutarci a essere obbedienti, come lo sono stati loro, affinché il peccato non ci incanti mai più.
Diciamo con Isaia: Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53, 5).
Coraggio e buon cammino a tutti!
Pace e bene

Santa Zita Vergine - Monsagrati, Lucca, 1218 - 27 aprile 1278



La famiglia di origine
Zita nasce nel 1218 a Monsagrati a 16km da Lucca in una famiglia povera e di grandi virtù cristiane. I suoi genitori si chiamavano Giovanni e Bonissima. A Monsagrati Giovanni si era recato fin da giovinetto dalla natia Soccisa, vicino a Pontremoli. Essendo di condizioni poverissime, si era fermato là facendo il pastore e il contadino.. Quand’ebbe vent’anni pensò a formarsi una famiglia. Era povero ma buono, e per questo nella sua patria adottiva tutti lo amavano e lo stimavano. Pensava a quale potesse essere la fanciulla del suo cuore; non la voleva ricca, non solo perché le sue condizioni non glielo consentivano, ma anche perché le ricchezze non bastavano a rendere felice un matrimonio: la voleva buona e trovò un tesoro. Il nome di Buonissima sembrava una predizione per la sua vita fatta nel giorno del Battesimo. La memoria non ha lasciato ne il nome ne il numero esatto dei loro figli ad eccezione di una figlia di nome Margherita e della nostra Santa. Margherita non fu seconda a Zita nella santificazione della sua anima e fu Zita stessa che si occupò di lei perché potesse seguire la sua vocazione; mirabile esempio di come si debbano amare le sorelle e come debbano aiutarsi, non solo per la vita materiale, ma soprattutto per quella dello spirito. La Divina Provvidenza si servì della stessa Zita, andata a Lucca per servizio, per far trovare alla sorella un convento dove seguire la chiamata di Dio. Fu così che Margherita, divenuta monaca cistercense, visse anch’essa nelle più alte virtù e morì in concetto di Santa.
L’infanzia
Al fonte battesimale fu imposto alla nostra il nome di Zita. Questo nome è pieno di significato perché nel linguaggio di allora significava “vergine”.
Zita, infatti, passerà i suoi anni nella più pura verginità servendo fedelmente Dio.
Seguendo l’esempio dei genitori, la piccola Zita inizia gli anni della sua vita in un aurea di santità. Le ristrettezze e la miseria renderanno la sua casa somigliante alla casa di Nazareth. Zita passa questi anni ora intenta ai lavori domestici con la più pronta obbedienza, ora assorta nella preghiera.
La casa di Zita era come un tempio dove il lavoro e il dolore, dove le gioie e le amarezze erano offerte a Dio. La giornata cominciava e si chiudeva con la preghiera rivolta al Signore e alla Madonna.

domenica 23 aprile 2017

BEATA M.GABRIELLA SAGHEDDU - Dorgali, Sardegna, 17 marzo 1914 - 23 aprile 1939




MARIA GABRIELLA SAGHEDDU nacque a Dorgali, in Sarde­gna, diocesi di Nuoro, il 17 marzo 1914, da Marcantonio Sagheddu, pastore, e Caterina Cucca. Era la quinta di otto figli di una famiglia modesta, ma ricca di fede. Al battesimo, il 22 marzo 1914, ricevette il nome di Maria.

A cinque anni perse il padre e fu poi educata dalla madre ad una vita solida e cristiana. Da fanciulla non si distinse dalle coetanee. Frequentò la scuola locale. Verso i dieci anni fece la Prima Comunione e il 31 maggio 1931 fu ammessa alla Cresima. Di carattere generoso, volitivo, talvolta ribel­le, irascibile e prepotente, nell'adolescenza si mostrò piuttosto indifferente nelle pratiche religiose. A quindici anni si registrò un primo cambiamento nella sua vita; divenne più seria e riflessiva. A diciotto anni ebbe infine una svolta radicale. La morte di una sorella poco più giovane di lei la spinse ad un ripensamento interiore che segnò l'inizio deciso d'una profonda trasfor­mazione spirituale. La fede per lei divenne motivo di vita, anzi, la vita. La preghiera privata e pubblica e la carità fattiva ne erano i segni più evidenti. Si iscrisse, in parrocchia, all'Associazione della Gioventù Femminile di Azio­ne Cattolica, vivendone l'impegno con fedeltà e convinzione e assumendo il ministero della catechesi.

venerdì 21 aprile 2017

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 21,1-14 - Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce.



 Gv 21,1-14
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Parola del Signore

Riflessione

E' la terza volta che Gesù, dopo la risurrezione, appare ai discepoli. Questa volta il luogo scelto è il lago di Tiberiade in Galilea. Gesù è stato di parola... infatti nella prima apparizione alle donne aveva detto:...andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno”. I discepoli che troviamo nel Vangelo di oggi non sono più pieni di paura e fuggitivi come a Gerusalemme... ora hanno imparato a controllarsi e così hanno ripreso a svolgere il lavoro di prima. Quella notte uscirono a pescare in sette, ma ahimè non presero nulla. Tutto questo rispecchia in qualche modo le nostre esperienze di vita... quando vediamo che nonostante il nostro impegno e il duro lavoro, otteniamo poco o nulla.

martedì 18 aprile 2017

Dagli Atti degli Apostoli - At 3, 1-10 - Quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!






In quei giorni, Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio. Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita; lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella, per chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio.
Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, li pregava per avere un’elemosina. Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: «Guarda verso di noi». Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa.
Pietro gli disse: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!». Lo prese per la mano destra e lo sollevò.
Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e, balzato in piedi, si mise a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio.
Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio e riconoscevano che era colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta Bella del tempio, e furono ricolmi di meraviglia e stupore per quello che gli era accaduto.
Parola di Dio


Riflessione

La lettura di oggi descrive una scena che ognuno di noi può osservare ogni giorno o che si ritrova a vivere.
Andiamo in Chiesa e fuori della porta chi troviamo? Generalmente uno zingaro, un mendicante o un povero Cristo che chiede l'elemosina... gli diamo uno spicioletto, giusto per non sembrare taccagni... due se c'è qualcuno vicino a noi per farci vedere generosi. Se poi siamo noi ad avere bisogno di un “favore”, vorremmo poter contare su chi ci ha detto: "Io per te ci sarò sempre... chiamami per qualsiasi cosa tu abbia bisogno"... Ma per favore!!! La cosa buffa è che, se si chiede un favore che in qualche modo è visibile agli occhi del mondo, allora la disponibilità è così pronta che attraversare l'oceano a nuoto sarebbe una cosa da niente, ma se un favore viene chiesto a tu per tu e nessuno vedrebbe il servizio richiesto, allora ecco che la prontezza rallenta in maniera paurosa ed è corredata da scuse e compromessi... Arrivo, ma prima, con calma, devo fare un'altra cosa... scusa, non puoi aspettare domani? E così via... Come al solito, nel nostro cuore il nostro io antepone alla carità le proprie esigenze... Vogliamo sempre essere lodati, vogliamo l'approvazione degli altri, siamo sempre troppo preoccupati di cosa la gente dice o pensa di noi... e non ci rendiamo conto che lo “storpio” della lettura di oggi siamo noi!!! Con una differenza però... Lo storpio stava fuori dal tempio... noi entriamo dentro... ma siamo davvero convinti di saper camminare diritto? E' vero che ascoltare la Parola del Signore e riceverLo ogni giorno è un mezzo potente per crescere in santità, ma quanti di noi vanno in Chiesa per stare un po' con il buon Dio, per fargli compagnia, per parlare con Lui, per adorarlo, per ringraziarlo?... E quanti invece vanno a chiedere solo “elemosine”? Quanti fanno certi servizi solo per ottenere dei favori? Questi comportamenti equivalgono a stare fuori della porta del Tempio. A volte Gesù viene preso per una slot-machine che sputa miracoli o posti di lavoro... Gli si chiede, a forza di continue preghiere e orazioni, di risolvere i nostri problemi materiali o spirituali, ma questo potrebbe anche significare che non siamo molto disposti ad uniformarci alla volontà di Dio. Diceva bene San'Alfonso Maria de Liguori: Il forte sta nell’abbracciare la volontà di Dio in tutte le cose che avvengono o prospere, o avverse ai nostri appetiti. Nelle cose prospere anche i peccatori ben sanno uniformarsi alla divina volontà; ma i santi si uniformano anche nelle contrarie, e dispiacenti all’amor proprio... Di più bisogna uniformarci al divino volere, non solo nelle cose avverse, che ci vengono direttamente da Dio, come sono le infermità, le desolazioni di spirito, la povertà, la morte de’ parenti, e simili; ma ancora in quelle, che ci vengono per mezzo degli uomini, come sono i dispregi, l’infamie, l’ingiustizie, i furti, e tutte le sorte di persecuzioni. In ciò bisogna intendere, che quando noi siamo offesi da alcuno nella fama, nell’onore, ne’ beni, benché il Signore non voglia il peccato di colui, vuole nondimeno la nostra umiliazione, la nostra povertà, e mortificazione. E’ certo, e di fede, che quanto avviene nel mondo, tutto avviene per divina volontà".

domenica 9 aprile 2017

La Passione di nostro Signore Gesù Cristo - Commento al Vangelo di S. Matteo - vol. ° 3 - San Giovanni Crisostomo




Mt. 26 , 17-25


Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: "Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?".
Ed egli rispose: "Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli". I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: "In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà". Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: "Sono forse io, Signore?".
Ed egli rispose: "Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!".
Giuda, il traditore, disse: "Rabbì, sono forse io?". Gli rispose: "Tu l'hai detto".


L’evangelista chiama “primo giorno degli azzimi” il giorno che precede la festa degli azzimi. Gli ebrei, infatti, usano computare il giorno a partire dalla sera: e qui Matteo ricorda appunto il giorno nella sera del quale si deve celebrare la Pasqua. I discepoli, quindi, vanno da Gesù per parlargli il quinto giorno della settimana. Un altro evangelista lo definisce il giorno precedente la festa degli azzimi, volendo mettere in risalto il tempo in cui i discepoli si avvicinano a Cristo. L’evangelista Luca dice, invece, così: “Venne poi il giorno degli azzimi nel quale si doveva immolare la Pasqua”. Con le parole “venne” intende dire che il giorno è imminente, è alle porte, riferendosi evidentemente alla sera del dí precedente. I giudei, infatti, cominciavano la festa dalla sera. Ecco perché gli evangelisti aggiungono che in tal giorno si deve immolare la Pasqua.

La Passione di nostro Signore Gesù Cristo - Commento al Vangelo di S. Matteo - vol. ° 3 - San Giovanni Crisostomo


Mt. 26, 26-35


Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: "Prendete e mangiate; questo è il mio corpo". Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.
Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio".
E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
Allora Gesù disse loro: "Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge, ma dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea".
E Pietro gli disse: "Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai".
Gli disse Gesù: "In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte".
E Pietro gli rispose: "Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò". Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli.

Ahimè, quant’è grande l’accecamento del traditore! Pur partecipando ai misteri, rimane tale e non cambia neppure dopo aver fruito di quella sublime cena. Appunto questo vuol sottolineare Luca dicendo che, dopo di ciò, “entrò in lui Satana”, non certo per disprezzare il corpo del Signore, bensì per stigmatizzare la vergogna del traditore. In realtà il suo peccato è doppiamente grave: sia perché si è accostato ai misteri con tale disposizione d’animo, sia perché, dopo, né il timore né il beneficio né l’onore lo rendono migliore. Tuttavia Cristo, pur sapendo ogni cosa, non glielo impedisce, per dimostrare che non trascura niente di quanto può servire a correggere. E, sia prima di questo momento che in seguito, ricorda continuamente a Giuda il suo delitto, cercando di distoglierlo con le parole e con gli atti, con il timore e con le minacce, manifestandogli le sue attenzioni e rendendogli onore. Ma niente riesce ad allontanare Giuda da quell’ostinata e terribile infermità. Ecco perché alla fine, abbandonatolo a se stesso, per mezzo dei misteri che celebra ricorda ai suoi discepoli la sua morte e, durante la cena, parla della croce ripetendone la predizione, per rendere più accettabile la sua passione. Se, dopo tutto quanto ha fatto e detto, i discepoli si turbano, quale sarebbe stato il loro turbamento se non fossero stati preavvertiti.

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Mt. 26, 36-50


Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: "Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare". E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia.
Disse loro: "La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me". E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!".
Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: "Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me?
Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole". E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: "Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà". E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti.
E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: "Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l'ora nella quale il Figlio dell'uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina". Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: "Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!".
E subito si avvicinò a Gesù e disse: "Salve, Rabbì!". E lo baciò.
E Gesù gli disse: "Amico, per questo sei qui!". Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono.

Siccome gli apostoli erano inseparabilmente vicini a Gesù, per questo egli dice: “Fermatevi qui, mentre io vado là a pregare”. Egli è solito pregare in disparte; e si comporta così per insegnarci a cercare quiete e grande pace quando ci disponiamo a pregare. Prende quindi i tre discepoli prediletti e dice loro: “L’anima mia è triste sino alla morte”. Perché non prende tutti con sé? Perché non si abbattano. Conduce solo questi, che sono stati testimoni della sua gloriosa trasfigurazione. Ma poi lascia anche costoro. E, avanzando un poco, prega dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice; tuttavia non come io voglio, ma vuoi tu”. Ritornato poi dai suoi discepoli, li trovò addormentati; dice allora a Pietro: “Non avete dunque potuto vegliare con me neppure un’ora? Vegliate e pregate per non cadere in tentazione; lo spirito è pronto ma la carne è debole” . Non senza motivo si rivolge particolarmente a Pietro, sebbene anche gli altri si siano addormentati come lui. Egli vuole toccarlo sul vivo anche qui, per la ragione precedentemente esposta. Poi, siccome anche gli altri discepoli avevano detto la stessa cosa – dopo che Pietro aveva detto: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”, riferisce l’evangelista: “lo stesso dissero pure tutti i discepoli” - Gesù si rivolge a tutti, rimproverando la loro debolezza. Essi, che volevano morire con lui, ora non hanno la forza di star svegli per partecipare alla sua tristezza, ma si lasciano vincere dal sonno. Gesù, al contrario, prega intensamente, affinché la sua tristezza non sembri fittizia. 

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Mt. 26, 51-66


Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio.
Allora Gesù gli disse: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada.
Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?
Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?".
In quello stesso momento Gesù disse alla folla: "Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti". Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono. Or quelli che avevano arrestato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito da lontano fino al palazzo del sommo sacerdote; ed entrato anche lui, si pose a sedere tra i servi, per vedere la conclusione.
I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a morte; ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: "Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni". Alzatosi il sommo sacerdote gli disse: "Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?".
Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: "Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio".
"Tu l'hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico: d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo". Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: "Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?". E quelli risposero: "È reo di morte!".

Chi è colui che mozza l’orecchio del servo? Giovanni dice che è Pietro . Il gesto infatti denota il fervore del suo temperamento. Ma ciò che vale la pena di indagare è per qual motivo i discepoli hanno delle spade. Che le portino con sé risulta non solo da questa circostanza, ma anche dalla risposta che precedentemente hanno data al Maestro che li interrogava: “Ci sono qui due spade”. Perché Cristo permette loro di portarne? Luca riferisce che, a un certo momento, Gesù chiede ai discepoli: “Quando vi mandai senza borsa, senza bisaccia, e senza calzari, vi è forse mancato qualcosa?”. “Niente” essi rispondono. Ed egli allora: “Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così pure una bisaccia; e chi non l’ha, venda il suo mantello e compri una spada”. E quando essi dicono: “Ci sono qui due spade”, egli risponde loro: “Basta”. Come mai, dunque, consente loro di avere delle spade? Perché i discepoli credano veramente che egli sarà preso. Perciò dice loro: “compri una spada”, non certo perché si armino - scacciate questo pensiero! – ma per dimostrare anche in tal modo la sua prossima cattura. E perché li esorta a prendere anche una borsa? Per insegnar loro che ormai dovranno essere attenti e vigilanti e usare personalmente grande accortezza e diligenza. All’inizio, infatti, essendo inesperti, il Maestro li ha sostenuti e confortati con la sua grande potenza; ma in seguito, facendoli uscire, come uccellini, dal nido, ha ordinato loro di servirsi delle proprie ali. Infine, perché non pensino che li abbandona per debolezza, esortandoli a fare anch’essi la loro parte, ricorda il passato dicendo: “Quando vi mandai senza borsa, vi è mancato forse qualcosa?”. Vuole insomma che i discepoli siano convinti in due modi della sua potenza: sia per il fatto che dapprima li ha sostenuti e confortati, sia perché ora li lascia gradualmente.

La Passione di nostro Signore Gesù Cristo - Commento al Vangelo di S. Matteo - vol. ° 3 - San Giovanni Crisostomo


Mt. 26, 67 - 27, 10


Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri lo bastonavano, dicendo: "Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso?".
Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse: "Anche tu eri con Gesù, il Galileo!".
Ed egli negò davanti a tutti: "Non capisco che cosa tu voglia dire".
Mentre usciva verso l'atrio, lo vide un'altra serva e disse ai presenti: "Costui era con Gesù, il Nazareno".
Ma egli negò di nuovo giurando: "Non conosco quell'uomo".
Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: "Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!".
Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: "Non conosco quell'uomo!". E subito un gallo cantò.
E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: "Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte". E uscito all'aperto, pianse amaramente.
Venuto il mattino, tutti i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù, per farlo morire. Poi, messolo in catene, lo condussero e consegnarono al governatore Pilato. Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d'argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: "Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente". Ma quelli dissero: "Che ci riguarda? Veditela tu!". Ed egli, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi.Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: "Non è lecito metterlo nel tesoro, perché è prezzo di sangue". E tenuto consiglio, comprarono con esso il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu denominato "Campo di sangue" fino al giorno d'oggi. Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta denari d'argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato, e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.

Perché costoro trattano tanto oltraggiosamente Gesù, mentre si preparano a ucciderlo? Che bisogno c’è di tale crudele commedia, se non perché tu veda sotto tutti gli aspetti il loro insolente comportamento? Sembra infatti che, avendo finalmente nelle loro mani la preda, sfoghino il furore e la rabbia da cui sono posseduti, celebrando una specie di festa, alla quale si abbandonano con voluttà, dando prova del loro istinto sanguinario.
Ammirate, d’altra parte, la filosofia degli evangelisti, i quali riferiscono con precisione ogni circostanza. Qui si manifesta il loro amore per la verità: con tutta obiettività, infatti, essi narrano quello che in apparenza sembra ignominioso, senza nascondere nulla, senza vergognarsi, considerando anzi grandissima gloria – come di fatto è – che il Signore di tutta la terra abbia tollerato di patire tali obbrobriose sofferenze per amor nostro. Ciò manifesta la sua ineffabile carità e insieme l’imperdonabile malvagità dei suoi avversari, i quali osano trattare con tanta crudeltà Gesù, così dolce e mite, che ha parole tali da mutare un leone in agnello. Niente, difatti, niente tralascia Cristo per dimostrare la sua mansuetudine e, dal canto loro, i suoi avversari non trascurano niente di ciò che può essere violenza e crudeltà, sia negli atti sia nelle parole. Tutto questo era stato predetto in passato da Isaia, il quale in una sola frase aveva riassunto tale ignominiosa violenza: “Molti si turberanno, tanto il suo aspetto apparirà senza gloria al cospetto degli uomini, e la tua gloria tra i figli degli uomini”. Quale oltraggio è paragonabile a questo? Questo volto, che il mare guardò con timoroso rispetto e il sole non potrà contemplare sulla croce senza ritirare i suoi raggi, questo volto i nemici ora lo coprono di sputi, lo schiaffeggiano, lo percuotono, mettendo in atto senza moderazione, anzi con ogni eccesso, il loro furore. Gli infliggono difatti i colpi più insultanti, prendendolo a schiaffi e a pugni, e aggiungono a tali oltraggi l’insolente infamia degli sputi. Gli rivolgono, inoltre, parole piene di ingiuriosa derisione: “Indovinaci, Cristo, chi ti ha percosso?”. Gli parlano così, perché la moltitudine lo considera un profeta. Un altro evangelista  riferisce che l’offendono in questo modo, dopo aver ricoperto il suo volto con un panno, come se avessero tra loro un individuo ignobile e di nessuna considerazione. E non solo uomini liberi, ma anche gli schiavi si burlano di lui.